venerdì 31 luglio 2015

Prugne secche, alleate dell'equilibrio alimentare...

Prugne secche, alleate dell'equilibrio alimentare

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Al di là della sua immagine di rimedio della nonna per i disturbi del transito intestinale, la prugna secca è un'alleata per la salute delle donne, in particolare per mantenere la linea. Si sposa perfettamente con le esigenze della vita quotidiana ed è l'alimento ideale delle moderne amazzoni, come spuntino e durante i pasti. Scopriamo insieme la proprietà di questo frutto unico.

Le sue proprietà nutrizionali sono innegabili e, contrariamente a quanto si pensa comunemente, la prugna secca non fa ingrassare. Per questo motivo é consigliata a tutte le donne, soprattutto in determinate situazioni.  

Le proprietà benefiche della prugna secca

"Le virtù terapeutiche della prugna secca sono note da tempo: il medico greco Ippocrate (460-377 a.C.) lo cita tra i suoi preparati medicinali" . La vitamina E e il beta-carotene in essa contenute apportano un concentrato di vitamine e antiossidanti superiore a qualunque altro frutto, in grado di proteggere gli acidi grassi e le membrane cellulari dall'attacco dei radicali liberi e di contrastare quindi l'invecchiamento, la perdita di elasticità della pelle e le rughe. 
Il potassio contenuto nelle prugne secche, inoltre, conferisce loro un effetto diuretico e disintossicante; esse contengono anche un altro elemento indispensabile per la donna: il boro, che ha un ruolo importante nel processo di ossificazione partecipando attivamente, insieme al calcio e alla vitamina D, al mantenimento delle riserve ossee e alla conservazione della massa ossea. La prugna secca contiene anche del magnesio, necessario per la contrazione muscolare e per la conduzione degli impulsi nervosi.
Un altro punto di forza? L'elevato contenuto di ferro (2,1 mg per 100 g di polpa), utile soprattutto per la donna incinta, che spesso ne è carente.  

La prugna secca come alleata della linea

Nonostante il suo sapore zuccherato, la prugna è un frutto poco calorico, non contiene lipidi e il 93% dell'energia che apporta è di origine glucidica. La sua particolarità rispetto agli altri frutti è rappresentata dalla composizione dei suoi glucidi: glucosio, fruttosio e un poliolo molto raro, il sorbitolo.
La combinazione di questi tre glucidi mette a disposizione del cervello un'energia rapidamente disponibile e a graduale assimilazione ,quindi le prugne mangiate alla fine della colazione riducono la voglia di fuori-pasto prima di pranzo. Uno studio condotto dal Professor Gérard Slama nel 2007 ha evidenziato che la prugna ha un indice glicemico (IG) basso e che quindi appartiene alla categoria della frutta secca raccomandata e raccomandabile. 
Le prugne secche sono inoltre ricche di fibre: 100 g corrispondono al 63% della dose giornaliera raccomandata (RDA). Le sue fibre sono ugualmente distribuite tra quelle solubili e quelle insolubili, favorendo così la regolazione del transito intestinale in tutta dolcezza e dando un prolungato senso di sazietà. Una donna adulta può mangiare 4-5 prugne secche al giorno, inserendole nella sua quota calorica, come dessert o spuntino.

Un frutto per tutte le donne

Oltre alle sue proprietà nutrizionali, la prugna secca presenta il vantaggio di offrire un'alternativa gustosa e di variare il menù. Inoltre le donne che spesso combattono lo stress con il cioccolato possono invece scegliere le prugne secche, ricche di magnesio. 
I professionisti della salute le consigliano soprattutto: 
  • Alle donne incinte o che vogliono diventare mamme: esse hanno un fabbisogno elevato di acido folico (vitamina B) e calcio. Mangiare quotidianamente delle prugne secche contribuisce ad apportare acido folico e favorisce la costruzione di "riserve". La prugna rappresenta inoltre una riserva di calcio.
  • Alle sportive: in caso di sforzi fisici prolungati è necessario rifornire l'organismo di carburante, ma non bisogna ingerire il primo carboidrato che capita, ma un glucide a indice glicemico medio o basso. La perdita di liquidi deve essere compensata con acqua, e anche quella di sali minerali deve essere riequilibrata. La prugna secca è l'ideale, perché rappresenta uno snack energetico di ottima qualità grazie alla capacità di alzare in misura ridotta la glicemia e grazie alla ricchezza di sali minerali, che aiuta a compensare le perdite di questi elementi.
  • Alle donne in menopausain questo periodo si verifica un aumento della massa grassa a discapito di quella magra, mentre gli esami del sangue evidenziano spesso un livello di colesterolo troppo alto e una glicemia a digiuno al disotto del normale. In questo caso le fibre della prugna secca e la presenza di sorbitolo aiutano a regolare la glicemia e a ridurre l'assorbimento del colesterolo, mentre i suoi antiossidanti contribuiscono a prevenire l'invecchiamento cellulare. L'elevata quantità di boro, inoltre, ha un'azione benefica sulla solidità della massa ossea e migliora le funzioni cognitive.

giovedì 30 luglio 2015

Menopausa: attenzione al colesterolo...

Menopausa: attenzione al colesterolo

Grazie ad alcuni ormoni le donne sono meno colpite dalle malattie cardiovascolari rispetto agli uomini, ma dopo i 50 anni questa protezione viene in parte a mancare. Quali sono i principali cambiamenti osservati? Scoprilo con l’aiuto di Doctissimo.




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Fino alla menopausa le donne presentano un profilo lipidico molto più positivo rispetto agli uomini, caratterizzato dagli aspetti seguenti:
  • Un tasso di colesterolo più basso;
  • Una concentrazione meno elevata ditrigliceridi;
  • Un livello più elevato di en colesterolo HDL, il colesterolo "buono".
Questo fenomeno spiega in parte perché la frequenza delle malattie cardiovascolari è molto ridotta nelle donne con età inferiore ai 50 anni ed è in ogni caso inferiore a quella riscontrata negli uomini.  

Un aumento evidente del tasso di colesterolo verso i 50 anni

In menopausa, tuttavia, le cose cambiano, a causa della brusca diminuzione di estrogeni da parte delle ovaie, e il cambiamento purtroppo non è in senso positivo…
Secondo il Dottor Richard1, infatti, in questo periodo della vita il tasso di colesterolo totale aumenta del 6-9%, mentre quello del colesterolo LDL, il colesterolo "cattivo", aumenta del 10-16% e la concentrazione di trigliceridi sale in media dell’11%: il livello medio di colesterolo, che prima dei 50 anni era inferiore a quello riscontrato negli uomini, dopo i 55 anni risulta supera quindi quello della popolazione maschile. Per contro, il tasso di colesterolo HDL si riduce del 10% circa durante gli anni che precedono la menopausa.
Tutte queste alterazioni lipidiche concorrono ad aumentare il rischio di aterosclerosi (ostruzione delle arterie da parte di placche contenenti colesterolo, lipidi e scorie), contribuendo quindi a favorire l’insorgenza di malattie cardiovascolari, che verso gli 80 anni risultano altrettanto frequenti nelle donne quanto negli uomini. Verso i 50 anni intervengono tuttavia altri fattori di rischio, in particolare i seguenti:  
  • L’aumento di peso;
  • Il cambiamento nella distribuzione del grasso nel corpo;
  • L’ aumento della pressione arteriosa;
  • La tendenza a presentare un eccesso di glucosio nel sangue.  

Trattamento ormonale: gli effetti ipotizzati…

Gli estrogeni apportati dal trattamento ormonale sostitutivo consentono, se somministrati per via orale, di migliorare il profilo lipidico aumentando il livello di colesterolo HDL e riducendo quello del colesterolo LDL. Queste due azioni diminuiscono il rischio potenziale di aterosclerosi. Tuttavia gli eventuali effetti protettivi degli estrogeni nei confronti delle patologie cardiovascolari sembrano coinvolgere altri fenomeni oltre ai mutamenti dell’assetto lipidico, in particolare un’azione rilassante a livello della parete delle arterie. 
L’azione degli estrogeni apportati dal trattamento ormonale sostitutivo resta tuttavia complessa, poiché si accompagna anche a un aumento dei trigliceridi, fattore di rischio a livello cardiovascolare.
Alcuni progestinici combinati agli estrogeni possono inoltre controbilanciare gli effetti benefici di questi ultimi sul colesterolo; va infine ricordato che gli effetti degli estrogeni somministrati per via percutanea o transdermica (cerotto, crema…) sono verosimilmente di ampiezza più limitata rispetto agli estrogeni somministrati per via orale.

… e quelli dimostrati.

Da alcune ricerche, come lo studio di Framingham (un’ampia indagine epidemiologica), sarebbe emerso un effetto protettivo da parte della terapia ormonale sostitutiva. Altri lavori, come lo studio HERS (Heart and Estrogen/Progestin Replacement Study) avrebbero invece dimostrato che il trattamento non presenta alcuna azione benefica. Di fronte a questi risultati contraddittori è stato lo studio Women Health's Initiative2 a dare una risposta definitiva.
Benché ne fosse prevista la pubblicazione nel 2004, i risultati di questa ampia indagine sono stati resi noti già nel 2003 per non nuocere alle 40.000 donne arruolate nello studio: su 10.000 donne trattate per 5 anni, si sono verificati infatti 7 casi in più di attacchi cardiaci di origine coronarica, 8 attacchi ischemici, 18 eventi tromboembolitici e 8 casi di carcinoma mammario rispetto alle donne non trattate. Benché non siano automaticamente applicabili alla situazione di altri Paesi, caratterizzata ad esempio dalla somministrazione di dosaggi differenti, queste conclusioni hanno suscitato molto scalpore. Alcuni mesi dopo è stato confermato l’aumento dei casi di cancro al seno (20.000 in 10 anni) in Gran Bretagna in seguito a terapia ormonale 3. L’EMA (European Medicines Agency), revisionando i risultati della ricerca in merito a benefici e rischi, ha rilevato che: il rapporto rischio/beneficio della TOS è favorevole per il trattamento della sindrome climaterica, quando i sintomi inficiano la qualità della vita, ma deve essere utilizzata la minor dose efficace per il più breve periodo di trattamento possibile; il rapporto rischio/beneficio della TOS come terapia di prima scelta per la prevenzione dell'osteoporosi non è favorevole; in donne sane, che non presentano sintomi della menopausa, il rapporto rischio/beneficio della TOS non è generalmente favorevole. In Francia è quindi raccomandata una prescrizione personalizzata, mentre in Italia il Ministero della Salute sottolinea che il trattamento va riconsiderato almeno annualmente alla luce delle nuove conoscenze e dei cambiamenti nei fattori di rischio della paziente4.

In base alle più recenti raccomandazioni il rapporto rischio/beneficio della TOS risulta quindi favorevole per il trattamento dei disturbi climaterici, in particolare quelli più invalidanti come le vampate di calore. È comunque indispensabile informare le pazienti in maniera chiara ed esauriente sui rischi e prevedere una prescrizione alla dose minima efficace, in modo che il trattamento duri il meno possibile.
È inoltre necessario valutare regolarmente l’andamento della terapia, almeno una volta all’anno, ed evitare di prescrivere questo genere di trattamento come prima opzione terapeutica per altri disturbi: la prevenzione del rischio cardiovascolare non rappresenta quindi un’indicazione per il trattamento ormonale5.
Dottor Corinne Tutin, David Bême
1 - J.-L. Richard: "Aide médicale dans la démarche décisionnelle. Ménopause et traitement hormonal substitutif (THS)" (Assistenza medica nel percorso decisione: menopausa e terapia ormonale sostitutiva (TOS), marzo 2000
2 -JAMA 2002; 288: 321-333
3 - Lancet 2003;362:419-27
4 - Comunicato dell'Afssaps (Agence française de sécurité sanitaire des produits de santé) dell’ 8 agosto 2003; http://www.agenziafarmaco.gov.it/wscs_render_attachment_by_id/111.38474.1150364008696a03a.pdf?id=111.38479.1150364009270;
5 - NEJM 2003; 349:523-534

mercoledì 29 luglio 2015

Dieta chetogenica? No grazie!

Dieta chetogenica? No grazie!

La Dieta Chetogenica

La dieta chetogenica si basa sul presupposto che un'alimentazione ricca di proteine e lipidi, e nel contempo molto povera di carboidrati, mantenga costanti i i livelli di insulina evitando l'accumulo di grasso e favorendo il suo utilizzo a scopo energetico. Diminuendo i livelli di glucosio oltre i limiti raccomandati il corpo sarà costretto ad attingere energia da altri substrati quali proteine e lipidi.

La Gluconeogenesi

La gluconeogesi è un processo che porta alla formazione di glucosio a partire dallo scheletro carbonioso di alcuni aminoacidi. Questo processo assicura un apporto costante di energia anche in condizioni di carenza di glucosio ma costringe fegato e reni a lavorare di più per eliminare l'azoto.
Evitare di assumere glucosio tramite la dieta e costringere il corpo a scindere le proteine è un processo piuttosto stupido, perché intossica l'intero organismo e lo fa lavorare inutilmente.
In ogni caso tutto questo lavoro aumenta la quantità di calorie bruciate (effetto termogenetico) e stimola la secrezione di ormoni e la produzione di metaboliti che favoriscono lo smaltimento del grasso e sopprimono l'appetito. Per tutti questi motivi l'efficacia "dimagrante" della dieta chetogenica è tutto sommato elevata.
Se vogliamo è lo stesso principio degli steroidi anabolizzanti, entrambe le cose funzionano ma le conseguenze di un loro utilizzo prolungato e indiscriminato sono piuttosto gravi.
E poi, se permettete, una dieta moderatamente iperproteica, ricca di carboidrati complessi e fibre ad ogni pasto, associata ad alcuni accorgimenti dietetici, mantiene gli effetti benefici della chetogenica eliminando buona parte degli aspetti negativi.

I Corpi Chetonici

La dieta chetogenica, a causa dell'elevato apporto di grassi e proteine, può causare gravi problemi come uremia e chetosi (aumento della concentrazione dei corpi chetonici nel sangue). Ma che cosa sono i corpi chetonici?
L'organismo umano necessita di glucosio per sopravvivere.
L'essenzialità del glucosio come fonte energetica è legata al fatto che il sistema nervoso centrale utilizza esclusivamente glucosio per svolgere la propria attività e anche gli eritrociti sono dipendenti dalla glicolisi per il loro metabolismo energetico. Si calcola che il minimo apporto giornaliero di glucosio per permettere il normale funzionamento di questi sistemi sia di 180 grammi.
Tuttavia, in condizioni particolari di estrema carenza di glucosio (digiuno prolungato) il corpo ricorre ai corpi chetonici per sopravvivere.

FORMAZIONE DEI CORPI CHETONICI

La lipolisi (la degradazione degli acidi grassi a scopo energetico) è legata alla glicolisi (la degradazione del glucosio a scopo energetico).
Se per un qualche motivo la glicolisi ed il ciclo di Krebs sono fortemente rallentati, allora anche la lipolisi viene compromessa e si formano i corpi chetonici (gli acidi grassi vengono normalmente degradati ad acetil CoA che entra nel ciclo di Krebs legandosi all'ossalacetato per un ulteriore ossidazione fino ad anidirde carbonica e acqua. Se la produzione di acetil CoA tramite la lipolisi eccede la capacità di assorbimento dell'ossalacetato, si formano i corpi chetonici).
corpi chetonici sono tre, l'acetone, l'acetoacetato e il 3-idrossibutirrato. I corpi chetonici si formano a partire da due molecole di acetil-CoA che, non potendo entrare in Krebs, si associano tra loro.
I corpi chetonici vengono prodotti normalmente in quantità minime che sono facilmente smaltibili dall'organismo (in particolare dal rene e dai polmoni). Se la produzione di corpi chetonici diviene molto elevata il loro accumulo nel sangue, definito chetosi, abbassa il pH ematico con conseguente acidosi metabolica (tipica dei diabetici non trattati). In casi estremi l'acidosi può portare al coma e persino alla morte.
I problemi sono aggravati se il soggetto svolge un'attività sportiva intensa, che aumenta le richieste e l'ossidazione di glucosio da parte dell'organismo.

Anche se l'esercizio fisico aumenta le capacità di ossidare tali sostanze a scopo energetico, opponendosi a tutti gli effetti negativi di un loro accumulo nel torrente ematico, il ricorso alla dieta chetogenica rimane comunque una forzatura metabolica, che a lungo andare può causare conseguenze spiacevoli anche in un organismo giovane e ben allenato.

CHETOGENICA? NO GRAZIE!

Senza dubbio la dieta chetogenica funziona nell'immediato ma sottopone l'organismo ad uno stress continuo e non salutistico. Praticamente il gioco non vale la candela e la dieta chetogenica, sia pur efficace sotto certi punti di vista, può e deve essere sostituita con altri regimi alimentari meno dannosi ed ugualmente efficaci.
In ambito terapeutico, la dieta chetogenica è consigliata ai bambini di età inferiore ai 10 anni sofferenti di forme epilettiche non completamente controllate dalla terapia farmacologica. L'instaurarsi di uno stato di chetosi è infatti correlato ad una riduzione dell'incidenza degli attacchi epilettici.


fonte : www.my-personaltrainer.it

Tratto da: http://www.my-personaltrainer.it/dieta_chetogenica.htm

lunedì 27 luglio 2015

Pressione bassa: come intervenire coi rimedi naturali e l’alimentazione

Pressione bassa: come intervenire coi rimedi naturali e l’alimentazione


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La pressione bassa è una condizione che interessa molte persone. È caratterizzata da valori della pressione del sangue inferiori alla norma. Non è una condizione che in genere desta preoccupazione e, se non ci sono particolari patologie o altri disturbi, si può intervenire anche attraverso l’alimentazione o i rimedi naturali.
In particolare, si parla di pressione bassa se una persona a riposo presenta valori inferiori a 90/60 mm Hg (i valori normali si attestano intorno ai 120 su 80).
Come dicevamo, l’ipotensione può essere una condizione naturale che non comporta danni di alcun genere. Il valore naturale della pressione del sangue tende a differire da persona a persona. Alcuni individui, infatti, anche se presentano valori al di sotto delle soglie giudicate normali, godono di ottima salute. Nei casi in cui l’ipotensione si riveli essere una caratteristica costituzionale, l’organismo riesce a compensare tale situazione, assicurando un adeguato apporto di sangue agli organi vitali.
Se accompagnata da altri sintomi, però, questa condizione può richiedere una terapia specifica. In alcuni casi, infatti, può indicare la presenza di disturbi all’apparato circolatorio, al sistema nervoso, o altre patologie che non devono essere sottovalutate.
Cause
Un abbassamento della pressione sanguigna, episodico e improvviso, può verificarsi quando si passa velocemente da una posizione sdraiata a una eretta.
Altre cause che possono portare a una pressione bassa sono la perdita eccessiva di sangue, malattie cardiache, carenze nutrizionali, disidratazione o anche l’assunzione di alcuni farmaci come i betabloccanti e gli antidepressivi.
Tra le cause più importanti e rischiose che hanno come sintomo un abbassamento della pressione sanguigna troviamo invece: aritmie, tachicardie, gravi infezioni, disfunzioni tiroidee e anemie.
Sintomi
Chi soffre di pressione bassa presenta alcuni sintomi specifici, come stanchezza, sete eccessiva, nausea, vertigini, capogiri e in alcuni casi sudorazione eccessiva. In alcuni casi, tuttavia, potrebbero non esserci sintomi specifici o persistenti. Tuttavia sempre meglio tenere sotto controllo i valori della vostra pressione.
I sintomi sono più frequenti quando le temperature sono più alte e fda più caldo. Se i sintomi si presentano in maniera improvvisa e violenta, sdraiatevi e sollevate le gambe, per favorire l’afflusso di sangue verso il cuore. Garantite anche la corretta idratazione all’organismo. Se episodi come svenimenti o volenti capogiri si presentano con insistenza, rivolgetevi subito a uno specialista.
Rimedi
Ecco alcuni rimedi naturali che possono aiutarvi in caso di pressione bassa. Questi rimedi, naturalmente, non sostituiscono il parere di uno specialista.
Vitamine
La pressione bassa può essere anche uno dei sintomi della carenza di vitamine nel nostro organismo. Le vitamine, infatti, sono indispensabili per la salute e il corretto funzionamento degli organi interni. Adottate quindi una dieta che garantisca al vostro corpo la quantità sufficiente giornaliera di vitamine e nutrienti.
Sale
Alimento pericoloso se si soffre di pressione alta, il sale è la sostanza che, nell’immediato, aiuta ad alzare la pressione in caso di svenimenti. Naturalmente, non utilizzate quantità eccessive di sale, per evitare altre condizioni sgradevoli.
Cardo mariano
Conosciuto soprattutto per le sue proprietà epatoprotettive, il cardo mariano è una pianta estremamente versatile. È un tonico naturale che aiuta a recuperare i valori pressori. In questo caso può essere utilizzato sotto forma di tintura madre, ma per la posologia è sempre meglio confrontarsi con un erborista.
Liquirizia
La liquirizia è uno dei rimedi naturali più conosciuti e utilizzati per alzare la pressione. Naturalmente, evitate le caramelle zuccherate e gommose! Meglio un bastoncino di radice. La radice contiene infatti numerose sostanze benefiche, come la glicirrizina, in grado di aumentare la ritenzione di sodio e l’assimilazione di potassio, utili per regolare la pressione. 
Piante adattogene
Fanno parte di questa categoria piante come il ginseng, il guaranà, la rhodiola. Sono piante che aiutano l’organismo ad adattarsi meglio allo stress o ai cambiamenti climatici, rafforzando il sistema immunitario e nervoso. Sono utilizzate anche per trattare e alleviare stanchezza e affaticamento, tra i sintomi più comuni della pressione bassa.
Succo di barbabietola
Le barbabietole sono un alimento sono ricche di proprietà: contengono potassio, vitamina A, sodio e sali minerali. Il potassio normalizza il battito cardiaco ed è utile a chi pratica sport. Non solo. Le barbabietole contengono una buona quantità di acqua, fibre, ferro e proteine, hanno proprietà ricostituenti, favoriscono il microcircolo e l’attività cardiaca. Il succo di barbabietola, assunto due volte al giorno, può essere utile a contrastare gli effetti della pressione bassa.
Alimentazione
Un’alimentazione equilibrata è il primo passo essenziale per regolarizzare la pressione sanguigna. Oltre alle vitamine, come abbiamo già visto, è necessario introdurre nella propria dieta cibi ricchi di ferro e minerali come il sodio e il potassio.
Per il potassio, possiamo prediligere il cacao, le albicocche, ma anche i fagioli bianchi, gli spinaci, le zucche e le mandorle. Per il magnesio, le verdure a foglia verde, la frutta oleosa, il riso integrale. Ottime anche le piante aromatiche come il rosmarino, capace non solo di insaporire i nostri piatti, ma anche di apportare numerosi benefici al nostro organismo.

fonte : www.ambientebio.it

sabato 25 luglio 2015

Gelato al cocco...

Gelato al cocco

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Ingredienti per 4 coppetteIMG_6295
2 lattine di latte di cocco da 400 ml ciascuna (fate attenzione che gli ingredienti siano solo cocco e acqua, senza altri ingredienti, conservanti o additivi)
4 cucchiai di sciroppo d’agave
mezzo cucchiaino di vaniglia in polvere naturale
cocco grattugiato e scaglie o gocce di cioccolato per la decorazione
Mettete le lattine in frigo per almeno 3 o 4 giorni, meglio se per una settimana. Con l’azione del freddo la parte più grassa e bianca, simile ad una crema densa e “pannosa” si separerà dalla parte liquida e verrà a galla. E’ proprio questa che ci serve per il gelato. Prendete quindi dal frigo le lattine e senza agitarle o capovolgerle apritele ed estraete con un cucchiaio la parte cremosa che trovate in superficie, dovrà pesare in tutto circa 500 g. La parte liquida rimasta sul fondo delle lattine può essere utilizzata per i frullati, negli impasti di torte e dolci, ma anche, volendo, da bere così com’è.
Mettete la “panna” di cocco in un contenitore provvisto di coperchio e mescolatela con lo sciroppo d’agave e la vaniglia. Chiudete il contenitore e riponetelo in freezer per circa 4  o 5 ore, mescolandolo almeno 2 o 3 volte per impedire che congeli in un unico blocco. Quando il gelato è pronto lasciatelo a temperatura ambiente per 5 minuti, date un’ultima mescolata in modo che acquisisca la giusta cremosità e servitelo cospargendolo di cocco grattugiato (volendo anche pezzetti di cocco fresco), scaglie o gocce di cioccolato, ma anche, a piacere, scorza di lime grattugiata.

venerdì 24 luglio 2015

Se dormi poco, mangi male...

Se dormi poco, mangi male

Dormire in modo corretto e per il tempo necessario è importante, anche per la linea! La voglia di cibo spazzatura aumenta se non ci si sente abbastanza riposati, dicono gli scienziati. 
 







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La moda del junk food

Il termine inglese junk food indica, letteralmente, il cibo spazzatura venduto nei supermercati, nei fast food e nei bar: questi alimenti sono poco salutari, perché ricchi di grassi e sostanze che sono deleterie al benessere dell’organismo, come coloranti artificiali e additivi alimentari. Della categoria del junk food, fanno parte anche le bibite gassate, molto zuccherate e piene di componenti chimici spesso tossici. Ci sono poi fritti di ogni sorta, conditi con salse ipercaloriche fatte con gli ingredienti più grassi in circolazione, carboidrati a gogò e proteine animali spesso di dubbia provenienza.
Il cibo spazzatura è, però, duro a morire, non fosse altro per l’appeal che riesce ad esercitare sulle persone: gli additivi alimentari che vengono utilizzati per esaltare il sapore dei cibi spazzatura li rendono talmente appetitosi da conquistare anche i palati più raffinati. Nell’immaginario comune, quando ci si vuole concedere uno strappo alla dieta, si pensa per prima cosa a tuffarsi su un panino con hamburger, patatine fritte e cola di famose catene di fast food. E a nulla servono gli appelli di medici e specialisti mondiali dell’alimentazione: il cibo più succulento rimane quello che fa male e che fa ingrassare. A parte pochi fortunati, la maggior parte delle persone che consumano abitualmente cibi ipercalorici è sovrappeso o è obesa, rivelando uno dei mali dell’Occidente: l’abbondanza.
Coloro che rimangono magri, però, presentano col tempo problemi cardiovascolari, diabete e iperglicemia legati al consumo eccessivo di junk food, capace di dar vita a disturbi e malattie molto pericolose.

Junk food: dormire poco fa ingrassare

Il cibo spazzatura, tanto grasso quanto desiderabile, non deve essere associato necessariamente all’aumento di peso: se ci si concede il junk food solo una volta al mese la linea non ne risentirà affatto. Il problema nasce nel momento in cui la frequenza aumenta, fenomeno che accade più spesso se si presenta una carenza di sonno.
Sembra che dormire poco, e sentirsi stanchi per non aver riposato abbastanza, sia una delle cause dell’obesità, direttamente legata all’aumento del consumo di cibi poco sani. Questo è quello che affermano gli studiosi dell’università di Berkeley, in California, che si sono concentrati nel capire quale relazione ci fosse tra l’attività cerebrale di un individuo e la sua alimentazione in situazioni di stress (quali la privazione o la diminuzione delle ore di sonno).
A capo della ricerca, la Dottoressa Stephanie Greer, che ha evidenziato una ridotta attività dei lobi frontali del cranio in coincidenza con il poco riposo; tali aree sono dedicate alla presa di decisioni (come quella di mangiare nella giusta quantità e bene). Infine, il poco sonno impedisce al cervello di produrre l’ormone che ci fa sentire sazi e appagati, la leptina.
La ricerca è stata presentata al meeting 2012 delle Associated Professional Sleep Societies, a Boston, in cui sono stati illustrati gli step dello studio, che ha preso ispirazione da una ricerca simile svolta dalla Columbia University.

Junk food e riposo notturno: ricerche a confronto

Alla Columbia University, i ricercatori si sono occupati di monitorare e registrare l’attività cerebrale di soggetti privati del sonno alla vista di cibo spazzatura. La risonanza magnetica utilizzata ha portato alla conclusione che una privazione – o una diminuzione – delle ore di riposo viene registrata dal cervello esattamente come una privazione di cibo. E quando si è molto affamati si tende a ricercare alimenti che siano in grado di appagare mente e stomaco in maniera veloce e badando quasi esclusivamente al gusto.
Riassumendo: meno si riposa, più si mangia male e più si tenderà ad ingrassare per aver preferito del cibo spazzatura.
Il giusto riposo si rivela essere fondamentale anche per mantenere la linea.

giovedì 23 luglio 2015

5 alternative naturali all’uso di ibuprofene nel trattamento del dolore cronico...

5 alternative naturali all’uso di ibuprofene nel trattamento del dolore cronico



Più volte abbiamo parlato di dolore cronico e di come sostituire ai farmaci tradizionali, delle valide alternative naturali. Abbiamo visto il potere dello zenzero, dell’artiglio del diavolo.
Ma perché scegliere dei prodotti naturali?
Intanto, perché farmaci come i più comuni medicinali a base di ibuprofene hanno inevitabili effetti collaterali; in secondo luogo, perché molti degli antidolorifici che ci sono in commercio derivano in parte da piante, erbe e altre sostanze con proprietà analgesiche naturali. La terza risposta è che nella maggior parte dei casi, i farmaci, oltre a essere corredati di effetti collaterali, non risolvono il problema, perché coprono solo il dolore.
Vediamo allora 5 alternative naturali utili ad alleviare il dolore e a guarire il nostro organismo
1 Boswellia
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Abbiamo già incontrato questa pianta quando abbiamo parlato di 3 alternative naturali per curare il dolore. La boswellia è una pianta ricca di principi attivi che aiutano a migliorare il flusso di sangue alle articolazioni e a placare le infiammazioni. Infiammazioni che, come sappiamo, sono spesso alla base del dolore cronico, come può essere quello causato dall’artrite. È indicata anche nel trattamento dell’artrite reumatoide. Allenta la rigidità delle articolazioni colpite da malattie infiammatorie e contribuisce a ripristinare l’integrità dei vasi indeboliti da spasmi.

2 Corteccia di salice bianco
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La corteccia di salice bianco è un rimedio naturale molto conosciuto, usato anche per la produzione di farmaci presenti in commercio. Al suo interno è presente una sostanza, conosciuta con il nome di salicina, a cui sono stati attribuite proprietà utili contro la febbre, le infiammazioni, i disturbi gastrici e varie forme di dolori. Abbiamo già visto, ad esempio, come questo rimedio naturale sia utilizzato per combattere il mal di testa, ma è indicato anche per contrastare mal di schiena, artrosi, e condizioni infiammatorie come borsite e tendinite. È utilizzato anche in caso di dismenorrea. La salicina possiede però anche un’azione antiaggregante piastrinica, per cui è meglio prestare attenzione se si fa uso di anticoagulanti, ma anche durante la gravidanza e l’allattamento.
3 Uncaria tomentosa
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Originaria del Sud America, questa pianta possiede delle potenti proprietà antinfiammatorie. Il termine “tomentosa” significa “peloso” e si riferisce ai peli lunghi presenti sul margine inferiore della foglia. È utilizzata nella medicina erboristica per la salute delle articolazioni e per le proprietà antinfiammatorie, immunostimolanti e immunomodulanti, oltre che come antidolorifico e cicatrizzante. Adatta come coadiuvante nella cura di diverse malattie con origine immunologica, e stati di infiammazione cronica di diverso genere, dolori muscolari e articolari e disturbi dell’apparato digerente. Una dose eccessiva può dare luogo, tuttavia, a disturbi a livello gastrointestinale, che però spariscono cessando l’assunzione.
4 Curcuma
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Che dire più di quanto non sia stato già detto della curcuma e in particolare del suo principio attivo, la curcumina? La curcumina, è risaputo, è un potente antidolorifico. Oltre ad aiutare ad alleviare i dolori, intervenendo sui segnali che viaggiano nel nostro corpo e raggiungono il cervello, fornisce un valido aiuto nel trattamento del dolore cronico e delle infiammazioni croniche.

5 Corydalis
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Corydalis, una pianta utilizzata già da millenni nella Medicina Tradizionale Cinese si è dimostrata un ottimo rimedio per il trattamento del dolore cronico, in particolare dolori infiammatori e neuropatici. La conferma deriva da uno studio condotto da alcuni ricercatori californiani  che non hanno fatto altro che isolare e studiare gli effetti di un composto contenuto nelle radici e chiamato deidrocoribulbina (Dhcb). Questa sostanza, si è rivelata utile nel diminuire il dolore infiammatorio, spesso associato a danni ai tessuti e infiltrazioni di cellule immunitarie. Allo stesso modo, si è dimostrata utile nella riduzione del dolore neuropatico causato da problemi al sistema nervoso. La sostanza, hanno precisato gli studiosi, non crea assolutamente dipendenza, come invece tende a fare la morfina.
Sono diversi i rimedi naturali per il trattamento del dolore, anche delle forme lievi. Molti di questi rimedi sono presenti nelle nostre cucine, anche se spesso non ci facciamo caso. Un’alternativa altrettanto efficace, può essere inoltre l’utilizzo degli oli essenziali.

fonte: ambientebio.it

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